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Sara Dellantonio

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In breve

Molto prima di diventare l’oggetto della psicologia quale scienza sperimentale, lo studio della mente e del comportamento era una prerogativa della filosofia. La nascita della psicologia scientifica ha portato a una separazione di queste discipline e allo sviluppo di due tradizioni di ricerca sul mentale diverse e spesso non comunicanti, l’una prettamente teorica, l’altra prettamente empirica. La nascita delle cosiddette “scienze cognitive” pone in qualche modo rimedio al divorzio fra filosofia e psicologia, ricongiungendole all’interno di un progetto di studio interdisciplinare che vede convolte anche altre discipline e il cui obiettivo è lo sviluppo di una comprensione scientificamente fondata dei fenomeni mentali nella loro complessità.
Con “filosofia della psicologia” e con “epistemologia delle scienze cognitive” si fa riferimento alle correnti filosofiche che si sono affermate all’interno del progetto cognitivo. Si tratta di tradizioni di ricerca molto ampie, varie e articolate al loro interno che ricomprendono approcci e tematiche che spaziano 

  • dall’analisi dei metodi, degli strumenti e dei modelli adottati dalla psicologia e dalle altre discipline cognitive
  • allo sviluppo, in collaborazione con le altre discipline cognitive, di specifiche spiegazioni psicologiche;
  • fino allo studio delle conseguenze (epistemologiche, sociali, etiche ecc.) delle teorie proposte in seno alle scienze cognitive.

Qui di seguito una descrizione più specifica delle questioni di cui mi occupo all’interno di questo quadro. 

Linee di ricerca

Rappresentazioni, concetti, significati
I concetti sono i costituenti fondamentali del pensiero: sono gli strumenti che usiamo per categorizzare la nostra esperienza, ossia per classificare le cose e raggrupparle all’interno di insiemi omogenei. Nell’ambito della ricerca cognitiva i concetti sono qualificati alla stregua informazione interna di carattere mentale che ci consente, fra l’altro, di padroneggiare le parole del linguaggio naturale. A partire dall’analisi del modo in cui le persone padroneggiano il linguaggio si possono fare delle ipotesi circa la natura dei concetti, la composizione delle rappresentazioni mentali e il rapporto fra pensiero e linguaggio affrontando quesiti come:

  • qual è la relazione fra il sistema percettivo e il sistema cognitivo o – detto diversamente – fra l’informazione percettiva e quella concettuale?
  • come si arriva alla formazione di rappresentazioni concettuali? 
  • cosa ci insegna la specifica competenza semantica esibita dai soggetti a proposito della natura dei concetti?
  • l’apprendimento linguistico influenza il modo in cui categorizziamo il mondo?

Determinare la relazione fra percezione esterna e concettualizzazione non è il mio unico interesse all’interno di questa linea di ricerca.
La percezione esterna non è, infatti, l’unica fonte di informazione disponibile alle creature viventi. Esse dispongono anche di sensazioni interne che possono aiutarci a spiegare l’origine di alcuni generi di rappresentazioni concettuali. 
Per comprendere qual è il contributo di questa informazione mi interessa in particolare prendere in considerazione alcune classi terminologiche particolari: termini che si riferiscono a esperienze corporee (p.es. ‘dolore’, ‘fame’, ‘solletico’ ecc.); termini che si riferiscono a emozioni e termini astratti. In ragione della loro complessità e delle relazioni che questi intrattengono con altre questioni, mi soffermerò qui di seguito più nello specifico su queste ultime due classi.

Emozioni
All’interno del panorama delle scienze cognitive vi sono due principali famiglie di teorie sulle emozioni: le teorie cosiddette cognitive e le teorie cosiddette percettive delle emozioni. Secondo le teorie cognitive noi non identifichiamo le nostre emozioni sulla base di fattori cognitivi: dei pensieri che accompagnano le emozioni. Al contrario, le teorie percettive delle emozioni – i cui principi basilari risalgono alla fine dell’ottocento con William James e Carl Lange – suggeriscono che riconosciamo le nostre emozioni sulla base dei cambiamenti corporei e delle sensazioni che avvertiamo quando abbiamo un’emozione.
All’interno degli studi che abbiamo condotto su questi temi si argomenta a favore di una teoria percettiva delle emozioni.
Nella prospettiva qui proposta queste ultime si pongono in continuità rispetto alle esperienze corporee, mentre l’esperienza percettiva interna è essenziale per il riconoscimento e per la categorizzazione di emozioni. 

Termini astratti
L’immagine classica del linguaggio suggerisce che le lingue naturali si compongano di parole concerete, il cui significato dipende da proprietà osservabili degli oggetti esterni, e parole astratte che sono essenzialmente costrutti linguistici. Questi due generi di parole non compongono due classi distinte, ma si collocano su un continuo. Coerentemente a questa immagine, generalmente si assume che anche i concetti – quali rappresentazioni mentali che supportano la nostra competenza semantica di queste parole – si posizionino su un analogo continuo caratterizzato, sull’un polo, da concetti che si basano in maniera più diretta su informazione sensoriale e, sull’altro, da concetti costruiti per lo più linguisticamente.
Tuttavia, ricerche recenti che fanno capo alla “embodied cognition” mettono in discussione questa immagine e suggeriscono che i concetti astratti non siano semplicemente costrutti linguistici e che perlomeno alcuni di essi si basano su informazione di carattere sensoriale che non proviene dalla percezione esterna, ma che riguarda gli stati interni del corpo. In effetti molte parole non-concrete si basano, almeno in parte, su informazione corporea e su emozioni; si pensi p.es. a ‘equilibrio’, ‘forza’, ‘amicizia’, ‘familiarità’, ‘rispetto’. D’altro canto, altri termini non-concreti possono essere ricondotti a qualche teoria e si presentano come prevalentemente definizionali: si pensi p.es. a ‘assioma’, ‘legislazione’, ‘fallacia’, ‘ipotesi’.
Secondo l’ipotesi che proponiamo nei nostro studi sull’argomento, concreto e astratto costituiscono effettivamente un continuo, ma questo non si costruisce attorno a due poli (percezione esterna e definizioni linguistiche), ma a tre: percezione esterna, percezione interna e definizioni linguistiche. Secondo questa immagine ci sono due ‘modi’ in cui si declina la concretezza: i concetti possono essere concreti perché si basano su informazione percettiva interna oppure esterna. Allo stesso modo, la costruzione dell’astratto può prendere le mosse da entrambe le forme di concretezza implicite a questa immagine e prendere avvio tanto da informazione percettiva esterna quanto da informazione percettiva interna. 

Innatismo vs. empirismo
Gli innatisti ritengono che le capacità esibite dagli essere umani siano spiegabili sono assumendo che la mente sia dotata di una molteplicità di strutture innate. Sul versante opposto rispetto all’innatismo vi è l’empirismo. Spesso la concezione empirista è descritta nei termini della posizione per cui la mente non ha strutture innate, ma è una tabula rasa sulla quale l’esperienza imprime le sue tracce.
Questa è, tuttavia, una descrizione errata della contrapposizione fra empirismo e innatismo, la quale è riconducibile piuttosto ad una disputa circa la qualità e il genere di strutture innate di cui la mente si compone.
Come sostenuto p.es. da Simpson e colleghi (2005) nell’introduzione al primo volume della ambiziosa trilogia dal titolo ‘The innate mind’: “Nativists are inclined to see the mind as the product of a relatively large number of innately specified, relatively complex, domain-specific structures and processes. Their empiricist counterparts incline toward the view that much less of the content of the mind exists prior to worldly experience, and that the processes that operate upon this experience are of a much more domain-general nature.” (Simpson et al. 2005, p. 5)
Nella nostra ricerca argomentiamo a favore di una concezione empiristica della mente. In particolare, il nostro suggerimento è che la ricerca dovrebbe orientarsi verso modelli quanto più possibile empiristi della mente.
Da un punto di vista epistemologico le spiegazioni di carattere innatista si basano sull’idea per cui il ricorso a una struttura innata è l’unico modo possibile di rendere conto per le varie capacità esibite dagli individui.
Tuttavia, se fosse possibile mostrare che ciascuna di esse può essere spiegata in maniera diversa, il ricorso a strutture innate diverrebbe inutile.
In effetti, l’idea alla base del nostro lavoro è che – se riuscissimo a spiegare specifiche capacità all’interno di un quadro di riferimento empirista – per un principio corollario al rasoio di Occam avremmo ipso facto soppiantato una concezione di carattere nativista.

Categorie
Gli studi sulla categorizzazione in psicologia e nelle scienze cognitive hanno utilizzato le parole ‘categoria’ e ‘concetto’ in maniera intercambiabile e senza definire precisamente cosa si intende con l’uno e con l’altro termine. All’interno della nostra ricerca le categorie sono definite in opposizione ai concetti: esse costituiscono i mezzi attraverso i quali la nostra esperienza è organizzata in maniera prelinguistica, passiva e inconsapevole sulla base di principi strutturanti universali. La concettualizzazione è invece intesa come un processo successivo grazie al quale le macro-classi categoriali sono suddivise in insiemi più specifici e dettagliati. Si tratta di un processo influenzato dalla cultura e guidato dall’apprendimento linguistico. 
L’ipotesi di una organizzazione categoriale della nostra esperienza apre molti interrogativi per la ricerca cognitiva. Uno di questi concerne il problema di determinare se questa sia riconducibile a principi innati oppure se possa essere spiegata, almeno in parte, a partire da capacità più generali. 
Una specifica partizione categoriale sulla quale abbiamo lavorato concerne la dicotomia animato/inanimato. La questione che abbiamo affrontato in relazione a questa è se la nostra capacità di distinguere entità animate e inanimate sia innata oppure sia spiegabile sulla base di informazione disponibile al sistema cognitivo sin dagli suoi stadi più precoci del suo sviluppo. Coerentemente con un progetto di studio della mente di carattere empirista, negli studi su questo tema abbiamo cercato di mostrare come questa si possa sviluppare a partire da informazione corporea e da un meccanismo analogizzante. L’informazione corporea deriva in particolare dall’automonitoraggio dei propri stati e dei propri movimenti e informa (implicitamente) il soggetto del suo essere in vita. Il meccanismo analogizzante è in grado di riconoscere forme di movimento analoghe a quelle percepite su se stessi (movimento biologico, intenzionale e autoindotto). In questo modo potrà distinguere le entità che si muovono come lui (che sono animate) da quelle che non lo fanno (che sono inanimate).

Modularità
L’innatismo è uno dei tratti che definiscono l’approccio cognitivo sin dal suo esordio.
La versione di innatismo che caratterizza questo approccio è riconducibile alla tesi della modularità di Fodor. Fodor fa riferimento alla metafora classica della mente come computer e distingue fra due generi di sistemi: un sistema input e un sistema centrale.
Il sistema input fornisce al sistema centrale informazione sul mondo esterno., mentre il sistema centrale codifica questa informazione nel suo formato e la usa per ogni genere di pensiero. Nella versione di Fodor la tesi della modularità si applica ai soli sistemi input: questi ultimi sono modulari nel senso che costituiscono meccanismi computazionali altamente specializzati, dominio specifici e informazionalmente incapsulati, che lavorano al di sotto del livello della consapevolezza e producono output rapidi e non modificabili.
L’interpretazione che Fodor da della modularità si considera modesta appunto perché coinvolge unicamente i sistemi input.
Tuttavia una importante tradizione di ricerca avvalla una concezione denominata “modularità massiva” secondo la quale anche il sistema centrale è organizzato in maniera modulare.
Dalla modularità massiva deriva un modello della mente cosiddetto ‘a coltellino svizzero’, secondo il quale questa consiste in un assemblaggio di strumenti (moduli) geneticamente determinati specializzati per specifici compiti e autonomi gli uni rispetto agli altri. Questa versione della teoria della modularità porta a rivedere la nozione stessa di modulo ed ha rilevanti conseguenze rispetto a molti altri ambiti di ricerca.
Uno di questi è la ricerca psicologica sulla morale.
Nei nostri studi critichiamo sia l’ipotesi della modularità massiva sia il suo uso in ambito morale quale strategia per spiegare la ‘competenza morale’ esibita dagli esseri umani.

Psicologia filosofica e filosofia sperimentale
Il confine fra la ricerca psicologica e quella filosofica sul mentale è labile e di difficile definizione.
Come sostengono per esempio Mason, Sripada e Stich: “in the last quarter of the century, the distinction between psychology and the philosophy of psychology began to dissolve as philosophers played an increasingly active role in articulating and testing empirical theories about the mind and psychologists became increasingly interested in the philosophical underpinnings and implications of their work.” (Mason, K. Sripada, C.S., Stich, S. (2008). Philosophy of Psychology, p. 583; in: D. Moran (ed.) Routledge Companion to Twentieth-Century Philosophy). La mente è un oggetto di studio unitario e non ci sono due modi – l’uno filosofico e l’altro psicologico – di descriverla. Le differenze sono piuttosto da ravvedersi negli interessi e nel modo di approcciarsi a questo oggetto. 
La psicologia ha interessi che sono primariamente empirici, legati alla costruzione di ipotesi altamente specifiche che siano controllabili sperimentalmente in ogni loro parte.
La filosofia è interessata a sviluppare teorie quanto più ampie, comprensive e coenti possibili, che permettano, fra l’altro, di rispondere anche a interrogativi classici circa la natura e la struttura della conoscenza. In questo senso la “psicologia filosofica” è un modo di fare psicologia che pone l’accento sul bisogno di elaborare teorie ampie, capaci di affrontare anche questioni fondamentali relative p.es. alle strutture che ci permettono di acquisire conoscenza, al loro carattere innato o acquisito, alle implicazioni che esse hanno rispetto al tipo di conoscenza che possiamo acquisire e analogo.
La mia ricerca si rivolge a una psicologia filosofica intesa in questo senso.
Classicamente la filosofia non fa esperimenti, ma utilizza un approccio critico-comparativo che fa leva in ultima istanza sull’evidenza empirica prodotta da altre discipline. Di recente, tuttavia, all’interno della filosofia si è affermato un filone di ricerca denominato “filosofia sperimentale” che si propone di affrontare questioni filosofiche anche tramite l’utilizzo di esperimenti. Alla luce dell’idea per cui la mente è un oggetto di studio unitario questa prospettiva si rivela attraente e promettente.
E tuttavia a mio avviso sarebbe assurdo pensare che la filosofia possa, da sola, fondare una propria tradizione di ricerca sperimentale, diversa da quella delle scienze empiriche. Piuttosto, nello spirito dell’unità della ricerca scientifica, anche nella sperimentazione la filosofia deve cercare l’alleanza con le discipline empiriche.
Coerentemente con questa prospettiva, la mia ricerca si basa sulla collaborazione con la psicologia empirica.
Non si tratta di una collaborazione passiva, all’interno della quale la psicologia offre i suoi servizi alla filosofia e fa gli esperimenti sulle ipotesi proposte dalla filosofia. Si tratta piuttosto di un’impresa comune, critica e integrata, in cui la filosofia collabora con la psicologia anche nella parte metodologica (p.es. per sviluppare nuovi strumenti: nuove scale, nuovi questionari ecc.) e in cui la psicologia è chiamata a dare il suo contributo anche per la parte teorica (portando all’attenzione della filosofia costrutti e operazionalizzazioni funzionali a rendere le teorie sul mentale meglio fondate e più controllabili).

Collaborazioni interne

Esposito Gianluca, Professore associato
Job Remo, Professore ordinario

Collaborazioni esterne

Dolcini Nevia, University of University of Macau, Macau
Mulatti Claudio, Università di Padova, Italia
Pastore Luigi, Università di Bari, Italia
Saulo de Freitas Araujo, Federal University of Juiz de Fora, Brazil.
Stephan Achim, University of Osnabruck, Germany

Pubblicazioni selezionate (max 10)

Articoli scientifici:

  • Dellantonio, S., Job, R. (2017). La concretezza del corpo. Una revisione della concezione classica di astratto e concreto. Sistemi intelligenti, XXIX, n. 1, aprile 2017, pp. 9-32; DOI: 10.1422/86616.
  • Esposito, G., Dellantonio S., Mulatti C., Job R. (2016). Axiom, anguish and amazement: How Autistic Traits Modulate Emotional and Proprioceptive Mental Imagery. Frontiers in Psychology. Vol. 7:757. DOI=10.3389/fpsyg.2016.00757.      
  • Dellantonio, S., Job, R. (2015) La natura della spiegazione scientifica. Alcuni riflessioni su neurocentrismo, meccanicismo, riduzionismo e determinismo. Giornale italiano di psicologia, XLII, n. 1-2, pp. 117-122. DOI: 10.1421/79834.
  • Dellantonio, S., Mulatti, C., Pastore, L., Job, R. (2014). Measuring inconsistencies can lead you forward: Imageability and the x-ception theory. Frontiers in Psychology, vol. 5, n. article 708. DOI: 10.3389/fpsyg.2014.00708.
  • Dellantonio, S., Mulatti, L., Job, R. (2013). Artifacts and tool categorization. The Review of Philosophy and Psychology, vol. 4, n. 3, pp. 407-418. DOI: 10.1007/s13164-013-0140-9
  • Dellantonio, S., Innamorati, M. Pastore, L. (2012). Sensing Aliveness. An Hypothesis on the Constitution of the Categories ‘Animate’ and ‘Inanimate’. In: Integrative Psychological and Behavioral Science, Volume 46(2), pp. 172-195. DOI 10.1007/s12124-011-9186-3*

Capitoli di libro:

  • Pastore, L. Dellantonio, S., Mulatti, C. & Job, R. (2015) On the Nature and Composition of Abstract (Theoretical) Concepts: The X-ception Theory and Methods for its Assessment. In: L. Magnani, L. Ping & W. Park (eds.), Philosophy and Cognitive Science II. Vol. 20, Springer, Heidelberg/Berlin, pp. 35-58. 10.1007/978-3-319-18479-1_3
  • Dellantonio, S., Pastore, L. (2014). Freedom and Moral Judgment. A Cognitive Model of Permissibility. In: L. Magnani (ed.) Model-Based Reasoning in Science and Technology: Theoretical and Cognitive Issues, Studies in Applied Philosophy, Epistemology and Rational Ethics. Volume 8, Springer, pp. 339-361. DOI: 10.1007/978-3-642-37428-9_19

Libri:

  • Dellantonio, S., Pastore, L. (2017). Internal Perception. The Role of Bodily Information in Concepts and Word Mastery, Springer, ISBN 978-3-662-55761-7.
  • Dellantonio, S. (2008). La dimensione interna del significato. Esternismo, internismo e competenza semantica, ETS, Pisa. [Pubblicato anche in edizione tedesca]

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